IsPiluncas

INQUADRAMENTO GEOLOGICO

“23 novembre: escursione alla necropoli di Ispiluncas (Sedilo), con la guida della Dr.ssa Francesca Floris”

La necropoli di Ispiluncas si trova nel comune di Sedilo, vicino alla valle del fiume Tirso; il paesaggio è privo di pianure vere e proprie, ed è caratterizzato da una forte connotazione vulcanica, per l’attività del Montiferru, un massiccio di origine vulcanica ormai spento da più di un milione di anni, ma che ha avuto un’intensa attività. Il territorio è dominato da rocce basaltiche, di origine vulcanica, e sedimentarie, con una predominanza di tufo calcareo, molto friabile, un materiale assai adatto per la realizzazione degli ipogei della necropoli.

collocazione geografica del sito
composizione geologica della roccia
paesaggio del sito

STORIA DEGLI STUDI

Il sito archeologico di Iloi, sito al cui interno si trovano gli ipogei di Ispiluncas, è menzionata nel Dizionario di Vittorio Angius (1849) e nella carta archeologica di Antonio Taramelli (1940) dove la presenza di “numerose tombe” è segnalata con la denominazione di “Sas Perdas de Iloi”. Solo nel 1970 Carlo Maxia pubblica i risultati dello scavo della Tomba I, poi vengono pubblicate le indagini di scavo relative alle tombe II, III e in parte alle tombe XXX – XXXII condotte tra il 1993 e il 1995 rispettivamente in M.G Melis (1998) e A. Depalmas (2000).

LA NECROPOLI e i MONUMENTI CIRCOSTANTI

La necropoli si trova nelle vicinanze del nuraghe e del villaggio nuragico Iloi, un sito pluristratificato, con un piccolo centro abitato i cui abitanti sono sepolti nelle domus de janas di Ispiluncas risalenti al IV millennio a.C.; il sito ha proseguito la sua vita in età nuragica, datata dal 1700 a.C. al 700 a.C.  All’interno della zona di Iloi, oltre alle domus de janas, sono presenti altre strutture, un villaggio (in fase di scavo), un nuraghe polilobato (in fase di ristrutturazione), un dolmen e due tombe dei giganti. A soli 4 km da Sedilo, in prossimità del lago Omodeo, si trova il villaggio nuragico di Serra Linta, uno dei primi insediamenti di età nuragica. La tipologia abitativa presente in questo sito rispecchia quella delle Domus de Janas, una delle necropoli più estese della Sardegna, con circa 32/33 tombe finora censite. 

Nella zona del villaggio sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ossidiana, proveniente dal Monte Arci che si trova a circa 70 km, segno forse di possibili scambi commerciali con altre popolazioni attraverso il fiume Tirso. Sotto il livello delle acque del vicino lago Omodeo sono state individuate delle capanne, visibili quando il livello dell’acqua si abbassa: queste strutture rappresentano una delle poche testimonianze di villaggi neolitici sardi.

Le Domus de Janas del sito sono articolate in più ambienti: un corridoio d’ingresso, il dromos, e poi il padiglione, l’anticella, e infine la cella principale, la più ampia, con vani aggiuntivi; nelle 32/33 domus censite abbiamo varietà di planimetrie: con dodici (tomba I) e tredici (tomba II e III) ambienti collegati tra di loro, ma anche ipogei mono e bicellulari.

Nella disposizione originaria, i defunti venivano deposti nelle celle più interne, mentre la cella principale era destinata ai riti funerari. Con il tempo il culto si è spostato nell’anticella, che diventa più ampia, mentre la cella principale diventa luogo di sepoltura per altri defunti: i corpi precedentemente deposti venivano spostati, con il dovuto rispetto, insieme ai relativi corredi, per fare spazio a nuove sepolture. 

Tale pratica di riutilizzo delle tombe dura per un lungo periodo, anche in età nuragica. È possibile che i nuragici del villaggio di Iloi si recassero nella necropoli di Ispiluncas non per seppellire i loro morti, ma per spostare i corpi già sepolti e adibire gli spazi tombali ad altri scopi. Le tombe di Ispiluncas furono utilizzate fino al Medioevo, come dimostrano le prime sepolture rinvenute durante gli scavi, databili al periodo altomedievale, mentre non è presente una frequentazione romana, che non raggiunse questa area della Sardegna.

LE TOMBE I E III

pianta Tomba I (foto da “Le domus de janas” Condaghes 2023)

La Tomba I, chiamata anche Tomba Maxia in omaggio allo scopritore, presenta una struttura complessa composta da un padiglione, l’anticella di forma semicircolare, una cella successiva e altre sette celle disposte secondo due direttrici.  Nell’anticella, il soffitto è spiovente verso il portello d’ingresso e presenta ancora scanalature scolpite nella pietra, che riproducono i travetti delle coperture a capanna.

Rispetto alla camera centrale sono presenti due nicchie di piccole dimensioni, poste nelle pareti laterali, che si ritiene servissero per contenere le offerte rituali e permettere al defunto di proseguire la vita nell’aldilà. Quindi ci si inoltre negli altri vani collegati tra loro, alcuni dei quali sopraelevati, e con ingressi distinti; in epoche successive sono state fatte delle modifiche, come il setto divisorio del vano L, frutto di un mancato piano costruttivo originario.

La tomba III, di tipo pluricellulare e a sviluppo centripeto, ha il dromos lungo 2,30 m, con angoli d’ingresso arrotondati e pavimento piano; l’anticella presenta il soffitto a unico spiovente. Nel vano centrale sulla parete nord-occidentale sono presenti tracce di intonaco rosso e vi sono i resti di una nicchia ellittica, quindi troviamo gli ingressi agli altri ambienti, caratterizzati da piante spesso irregolari, che in alcuni casi (come la cella N) risultano scavati sotto un altro vano. 

SIMBOLOGIA RELIGIOSA E MOTIVI DECORATIVI

Nelle Domus de Janas, le popolazioni preistoriche cercavano di riprodurre l’architettura delle loro abitazioni, secondo una concezione della morte come continuazione della vita. Nella necropoli di Ispiluncas, le tombe si distinguono per ambienti ampi e abbastanza alti, in cui vengono riprodotti gli schemi e i particolari delle case del villaggio: porte con modanature a rilievo, lesene, scanalature che riproducono i travetti o la trave centrale della copertura del soffitto a doppio spiovente, nicchie portaoggetti, base delle pareti in muratura: questo suggerisce che le case dei vivi fossero costruite con un basamento in pietra, ma anche con materiali più leggeri come legno e frasche per la copertura.

Nicchia

Il dromos, scavato insieme alla tomba o posteriore, rappresenta simbolicamente il passaggio dalla vita alla morte, il sentiero che il morto doveva percorrere, passaggio simbolico evidenziato anche nelle celle che riproducono la casa dei vivi del villaggio di Serra Linta. In alcuni vani sono presenti tracce di intonaco dipinto di color rosso ocra, legato alla rigenerazione, oppure bianco e grigio antracite. Il villaggio si trova a circa 400 metri dalla necropoli, una distanza che riflette la tendenza, tipica delle comunità neolitiche, di separare gli spazi dedicati ai vivi da quelli destinati ai morti. Spesso questa divisione era segnata da un corso d’acqua, probabilmente per motivi igienici, per evitare contaminazioni o per allontanare i cattivi odori della decomposizione.

GESTIONE e tutela del sito

Il sito, un bene nella proprietà del Comune di Sedilo, tutelato ex art.12 D.lgs. 42/2004, in questo momento non è gestito da nessun ente ma la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro se ne occupa e lo cura, evitando il suo decadimento e la sua rovina; la candidatura di questo sito e di altri 25 per il sito UNESCO farebbe in modo che il patrimonio archeologico delle Domus non si degradi, non si disperda e non cada in rovina,  ma venga valorizzato e protetto, perché allo stato attuale molte di esse si trovano in uno stato di abbandono.

La necropoli è accessibile a tutti, facilmente; si può entrare liberamente e questo se da un lato ne favorisce la fruizione, dall’altro lascia spazio ad una possibile distruzione dell’area, con un patrimonio archeologico immenso, perché priva di controllo e di servizi.

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