necropoli di Cheremule
INQUADRAMENTO GEOLOGICO
“8 novembre: escursione alla necropoli di Cheremule , con la guida della Dr.ssa Maria Giovanna De Martini”

La necropoli di Cheremule si trova nella regione del Meilogu, nella Media Valle del fiume Tirso, la più grande valle della Sardegna con il fiume più lungo dell’Isola (152 km), che ha formato il lago Omodeo; sia il Tirso che il lago Omodeo, per lo più poveri d’acque, sono alimentati nella stagione delle piogge dalle acque dei numerosi torrenti circostanti. Mancano pianure vere e proprie. Il territorio è di origine vulcanica, per la presenza del Montiferru, ormai spento da più di un milione di anni e che fa di questa area una tra le più antiche della Sardegna; la lava del Montiferru ha favorito la creazione di nuove terre sia a est, con l’altopiano di Abbasanta caratterizzato da basalto, sia a ovest arrivando sino alla fascia costiera.

La necropoli si trova ai piedi del monte Cuccuruddu, un antico vulcano, da cui il paese di Cheremule ha per tanto tempo estratto la cheremulite, una particolare pietra pomice utilizzata in edilizia per il suo potere isolante; il territorio è costituito da rocce basaltiche e rocce sedimentarie prevalentemente di tufo calcareo che hanno sempre attirato l’attenzione delle popolazioni del luogo: l’attività estrattiva è iniziata in età romana e ha comportato la distruzione di alcuni ipogei. Le tre necropoli (Moseddu, Mattarigotza e Tennero) si trovano in una piana, con dei bassi banconi calcarei che si elevano di poco, costituiti da rocce sedimentarie di origine marina, porose, molto tenere, facili da scavare, all’interno delle quali vi sono le tombe.

STORIA DEGLI STUDI
Le prime notizie su questa necropoli ci provengono dallo studioso ottocentesco Filippo Vivanet in “Notizie degli Scavi di Antichità”; ma notizie più approfondite si hanno nel 1940 da Antonio Taramelli nel suo testo Carte Archeologiche della Sardegna, in cui si parla di presenze di “numerose tombe”; quindi la necropoli nel suo complesso fu studiata da Ercole Contu nel 1965 – e in particolare si ricorda lo studio sulla “Tomba Branca” – nel 1984 da Gavino Cossu nel libro “I sardi” e da Giuseppa Tanda nel 1984-1985 nei volumi di Sos Furrighesos con particolare riferimento ai motivi decorativi presenti, e infine da Pina Maria Derudas nel 2013.


LA NECROPOLI - Datazione
Questo parco, chiamato anche “Parco dei Petroglifi”, per l’incisione di alcune figure antropomorfe sulle pareti del padiglione d’accesso alla famosissima tomba Branca nella necropoli di Tennero, è formato da tre nuclei di necropoli, Moseddu, Mattarigotza e, appunto, Tennero, con un totale di 37 domus de janas, 18 delle quali si trovano nella necropoli di Moseddu: la presenza di ben tre nuclei fa pensare che in questa zona abitasse una popolazione numerosa che sfruttasse e coltivasse queste terre, tuttavia non abbiamo notizie di villaggi circostanti.
Le tombe risalgono, nel loro primo impianto, al neolitico recente della seconda metà del IV millennio a.C., ma furono riutilizzate ampiamente nel corso dell’Eneolitico, con sepolture secondarie, e poi per millenni, fino al Medioevo; sono state usate e modificate a seconda delle esigenze delle popolazioni del luogo: in epoca romana tardo-imperiale il luogo è stato utilizzato per lavori agricoli, realizzando nel banco roccioso circa quaranta impianti di vinificazione, costituiti da due vasche comunicanti che servivano per raccogliere il vino; e sempre in età romana l’area fu interessata da una attività estrattiva che, con molta probabilità, ha distrutto parte della necropoli. Sotto la dominazione dei Vandali e dei Bizantini ci fu un rimaneggiamento delle tombe e una, “La Tomba della Cava” fu trasformata in cappella funeraria. Nel medioevo il sito è tornato al suo utilizzo originario con l’escavazione di almeno cinque tombe nella parte superiore del banco calcareo.


LA NECROPOLI - Tipologia

Sono tombe ipogee, scavate nella roccia con strumenti in pietra; la loro planimetria è varia: abbiamo domus semplici, monocellulari con cella e anticella, oppure con più ambienti disposti lungo l’asse longitudinale; talvolta anche con vani a destra e sinistra dell’ambiente di fondo con schema detto a T o a L. In alcuni casi è, o era, presente il dromos, come nella tomba XVI, chiamata “Sa Presone, con un largo dromos, un padiglione d’accesso, una cella principale e una secondaria: questa tomba è molto nota perché sul pavimento dell’ambiente principale vi è un focolare a rilievo. Anche nella “Tomba della Cava” si trovava il dromos, distrutto in epoche successive; mentre è crollato, probabilmente a causa degli agenti atmosferici, il dromos di accesso della Tomba Branca.
La Tomba I (Tomba della Cava), Tomba XVI (Sa Presone) e Tomba X (Tomba Branca)
La Tomba I o Tomba della Cava, modificata in epoche successive per essere trasformata in cappella sepolcrale, aveva il dromos, distrutto proprio quando la domus è stata modificata, e un padiglione, un’anticella di forma semicircolare, una cella successiva e altre sette celle disposte secondo due direttrici; nell’anticella il soffitto è spiovente verso il portello d’ingresso e presenta ancora delle scanalature scolpite nella pietra, realizzate per rappresentare i travetti delle coperture a capanna delle case dei vivi. Rispetto alla camera centrale sono presenti due nicchie di piccole dimensioni che si ritiene avessero la funzione di contenere le offerte rituali per permettere al defunto di continuare la vita nell’aldilà. La prima nicchia, di dimensioni appena accennate, è situata nel lato nord-orientale, la seconda, dalle dimensioni maggiori, in quello occidentale. All’esterno della tomba, sul lato sinistro del fronte sono visibili delle incisioni, eseguite a martellina, rappresentanti una serie di antropomorfi (forse una scena funebre, oppure i morti lì sepolti).

Di particolare rilievo la tomba XVI, detta “Sa Presone” per la presenza nell’anticella di un focolare in rilievo e pareti con una zoccolatura in rilievo, vi è poi una nicchia semicircolare con il portello caratterizzato da una cornice con architrave in rilievo. La tomba era costituita dal dromos, da un padiglione, una cella principale e una cella secondaria, modificata e riutilizzata in età romana tardo-imperiale per attività agricole e vinicole.
La domus che riveste maggior interesse all’interno del parco è la tomba X (Tomba Branca): posta in posizione leggermente isolata rispetto agli altri ipogei della necropoli, è formata da un’ampia camera a pianta rettangolare, con misure 3,10 x 5 m, alla quale si accede superando un breve dromos, sul cui pavimento sono visibili segni di lavorazione, forse per delle modifiche in atto. La peculiarità della tomba è data dalla presenza di una ventina di petroglifi, alcuni alti quasi 30 cm, incisi con la tecnica della martellina sui lati destro e sinistro del dromos e ai bordi del portello d’ingresso, in totale in quattro punti. Si tratta di figure antropomorfe particolarmente stilizzate, con corpo filiforme e un cerchio per indicare la testa; alcune di queste figurine hanno le braccia rivolte verso l’alto.


Simbologia religiosa dei motivi decorativi

La necropoli di Moseddu contiene alcuni elementi decorativi e architettonici caratteristici, come architravi, gradini, portelli d’accesso o chiusini con cornici (che oggi non ci sono più perché prelevati e riutilizzati dalle persone che vivevano in questa zona; ma uno è ancora visibile al Museo Archeologico di Sassari), o lo zoccolo di base delle capanne: quindi gli stessi elementi che adornavano le capanne del villaggio dovevano essere riprodotti negli ipogei, perché i defunti venissero accolti in una casa per l’aldilà; nella tomba XVI, attribuibile alla prima fase della necropoli, è presente un focolare in rilievo e pareti scandite da fasce a rilievo, proprio con l’intento di rievocare la casa dei vivi.
I petroglifi della Tomba Branca: vi sono tre gruppi di rappresentazioni filiformi schematiche antropomorfe databili tra il 3500 e il 2500 a.C.; sulla destra sono visibili in modo chiaro le incisioni, mentre sulla sinistra sono quasi interamente scomparse ed è possibile vederle solo in alcuni momenti della giornata, quando il sole sta per tramontare. Probabilmente dovevano essere presenti anche sulla parete che oggi non c’è più. Le figure, tutti personaggi maschili, con le braccia sollevate nel linguaggio internazionale rappresentano gli oranti, uomini in preghiera, e sono disposti l’uno sopra l’altro: quello più in alto sembra abbia in mano un oggetto (forse un’accetta), il secondo, quello in basso è raffigurato di profilo e ha un grande naso, come la figura che è al suo fianco e si è ipotizzato che si possa trattare di una maschera. La scena potrebbe raffigurare dei giochi funebri in onore dei defunti, mentre le figure poste in cerchio alluderebbero a possibili danze. E’ importante sottolineare che queste incisioni si trovano nel corridoio della tomba, dove si pensa venissero espletati i riti funerari, quindi le incisioni sono connesse ai riti e alla pratiche funerarie, con una forte valenza simbolica. Oggi con i nuovi programmi informatici, è stato possibile ricostruire le immagini in 3D, e con accorgimenti speciali in 2D con ottime risoluzioni, e attraverso queste tecnologie sono state individuate anche macchie di colore rosso, forse l’uso dell’ocra; inoltre è stato possibile ricostruire le incisioni più sottili chiamate “incisioni graffite” o “tecnica lineare” e anche capire che tipo di strumenti sono stati usati (strumento metallico se l’incisione è a V, litico molto appuntito se l’incisione è circolare).
Sempre nella tomba Branca, sul fondo della parete rispetto all’ingresso, al centro, è ancora appena percettibile l’incisione di una “falsa porta” con gli stipiti e sopra l’architrave: di solito la falsa porta è lungo l’asse longitudinale rispetto al dromos, poi si attraversa l’anticella, si supera l’ingresso e sul fondo spesso, ma non sempre si può vedere. Indica il passaggio verso il mondo dei morti, un passaggio percorribile solo da chi è morto.

GESTIONE e TUTELA DEL SITO
Il sito è facilmente accessibile: si trova in una proprietà privata, ma amministrativamente appartiene al Comune di Cheremule, che ha predisposto un cartellone all’ingresso dell’area di Moseddu, con le note principali e segnali che indicano la direzione, ed è sotto la tutela della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro. Nel 2013 il sito è stato trasformato nel Parco dei Petroglifi, finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna. Si può visitare liberamente, non vi è una custodia e questo se da un lato ne favorisce la fruizione, dall’altro lascia spazio ad una possibile distruzione dell’area, con un patrimonio archeologico immenso privo di controllo e di servizi. Lo stato di conservazione di tutta la necropoli non è ottimo, soprattutto perchè gli ipogei sono scavati nel calcare, pietra che si sfalda molto facilmente: il degrado si può osservare specialmente nella Tomba Branca, nell’area del Tennero, con il crollo della copertura e la perdita parziale di alcuni petroglifi. La candidatura di questo monumento e di altri 25 per il sito UNESCO farebbe in modo che il patrimonio archeologico della domus non si degradi, non si disperda e non cada in rovina, ma venga valorizzato e protetto.
