Porto Torres 26 febbraio 2025
Zoe: Buongiorno, innanzitutto vorremmo ringraziarla per essere qui. Le chiediamo di raccontarci qualcosa di lei.
Prof.ssa Murru: Intanto grazie a voi, mi fa piacere che abbiate questo interesse. Io sono laureata in Filosofia, anche se la mia passione è sempre stata rivolta alla storia e alle scienze sociali. Non mi interessava tanto l’elaborazione filosofica in senso teorico, quanto comprendere i modi di vivere delle persone e le dinamiche sociali. Ho fatto un po’ di gavetta… ma ho sempre mantenuto un forte legame con la facoltà di Lettere e con i docenti con cui mi sono laureata. Diciamo che non ho tanto “iniziato” una ricerca, quanto piuttosto l’ho proseguita: quella che avevo già avviato con la tesi di laurea. È proprio durante la stesura della tesi che, a mio avviso, si capiscono meglio i propri interessi…La mia tesi, che risale alla fine degli anni Sessanta, trattava un tema molto particolare per l’epoca: la sessualità. E vi assicuro che allora parlare di sessualità era ancora un tabù. Tuttavia, qualcosa stava iniziando a cambiare, e proprio per questo c’era grande interesse. Ho svolto un lavoro sul campo, proprio come fate voi oggi: si sceglie un tema, un luogo dove condurre la ricerca, si raccolgono informazioni e materiali, e si trovano gli informatori – o testimoni – più adatti a rispondere alle domande. Io scelsi due paesi: uno in Barbagia e uno vicino a Cagliari. Questo perché sapevo che vi erano abitudini profondamente diverse. In Barbagia, intervistare le giovani donne fu complicatissimo: le madri anziane non volevano che parlassero. Una volta fui persino cacciata da una casa! A Capoterra, invece, i rapporti prematrimoniali erano accettati: i fidanzati potevano avere figli e poi sposarsi. Le famiglie accettavano questa consuetudine. Capite cos’è la cultura? È un insieme di concezioni, di modi di rappresentarsi la vita e le relazioni. L’antropologia culturale studia proprio questi aspetti. Dopo la tesi, ho continuato a fare ricerca, pubblicazioni… anche se ho poi abbandonato il tema della sessualità. Mi sono concentrata sul tema della parentela, che è fondamentale per l’antropologia. Quando questa disciplina nasce, nella seconda metà dell’Ottocento, uno dei suoi primi campi di studio fu proprio la parentela. Lewis Morgan, ad esempio, studiò i sistemi di parentela degli Indiani d’America, molto diversi dai nostri. Io ho studiato la parentela in Sardegna, raccogliendo documenti a partire dal Cinquecento.
Luca: Ci può parlare della sua carriera professionale?
Prof.ssa Murru: Certo. Non è stata una strada facile, ma quando si ha una passione si riesce a lavorare con costanza. Ho avuto due figli, e anche se mio marito collaborava molto, la maternità resta comunque impegnativa. Tuttavia, sono riuscita a lavorare senza troppe difficoltà. Lo studio, però, non finisce mai. È necessario aggiornarsi continuamente, partecipare a convegni, scrivere. Devo dire che amo molto la scrittura, più del parlare in pubblico. La prima lezione universitaria che ho tenuto fu difficilissima, ma con il tempo e l’esperienza si supera anche questo. Ho partecipato a convegni regionali, nazionali e internazionali, ho parlato a Parigi e ad Aix-en-Provence, ho pubblicato anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti, sempre sul tema della parentela. In Sardegna, ad esempio, nel centro dell’isola e in Barbagia, esisteva una particolarità: la trasmissione del cognome materno, anche ai figli maschi. Questo non accadeva in nessun’altra regione italiana, e raramente in Europa.
Michele: Qual è la differenza tra antropologia culturale e antropologia fisica?
Prof.ssa Murru: L’antropologia fisica studia l’evoluzione biologica dell’essere umano – pensiamo ad esempio al passaggio dal Neanderthal all’Homo sapiens – e ha un rapporto molto stretto con l’archeologia. L’antropologia culturale invece studia i modi di vivere, le tradizioni, le leggende… come quella che avete sentito ieri. Anche i demologi, che si occupano delle tradizioni popolari, sono una branca dell’antropologia culturale.
Zoe: Da dove nasce la sua passione per l’archeologia?
Prof.ssa Murru: Da molto lontano, da quando ero ragazza, alla vostra età. Avevo tanta curiosità. Guardavo quei grandi monumenti in mezzo alla campagna, vicino alle pecore, e mi chiedevo: “Ma cosa ci fanno lì?”. Da bambina ho viaggiato molto con mio padre, per motivi di lavoro, e ho conosciuto tutta la Sardegna. Ricordo che in collegio, a Cagliari, le suore ci portavano al Museo Archeologico: ancora oggi ho impressa l’immagine dei bronzetti nuragici. Poi a scuola lessi un brano sulla scoperta della tomba di Tutankhamon. Rimasi affascinata dal racconto dell’archeologo: quei sarcofagi, uno dentro l’altro, e alla fine quel fiore deposto nella tomba e discioltosi all’apertura. Era un racconto molto poetico, e da lì nacque la mia passione.
Michele: Come mai allora ha scelto un’altra strada all’università?
Prof.ssa Murru: Perché non ero portata per le misurazioni, per il lavoro strettamente tecnico sui reperti. Mi interessavano altri aspetti, più legati all’essere umano. Così mi sono orientata verso una disciplina che mi permettesse di esplorare temi sociali. Ma l’archeologia è sempre rimasta sullo sfondo e, da quando sono in pensione, ho ripreso a studiarla.
Luca: In che modo l’antropologia culturale è legata all’archeologia?
Prof.ssa Murru: L’archeologo studia l’oggetto: ad esempio, un macinello neolitico. L’antropologo culturale si chiede invece: chi lo usava? Perché? Come veniva prodotto il cibo? Come lo si trasformava? Allora si entra anche nel campo delle tecniche antiche: tessitura, ceramica, panificazione…L’archeologia e l’antropologia culturale si completano: una studia l’oggetto, l’altra il contesto umano e sociale.
Zoe: Secondo lei, qual è il senso di studiare il passato?
Prof.ssa Murru: È fondamentale. La tecnologia cambia le abitudini, e queste modificano anche i rapporti sociali. Ma per comprendere ciò che ci circonda oggi, dobbiamo recuperare il senso di ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Ogni oggetto del passato ha bisogno di essere collocato nel suo contesto storico. Io da piccola, al museo, guardavo i bronzetti e mi domandavo: chi erano queste persone? Come vivevano? Come si vestivano? L’antropologo si occupa proprio di questo: della vita quotidiana, dei comportamenti, dei piccoli gesti. Non solo dei grandi eventi storici, ma della quotidianità. Il pane che un bronzetto offre in un tempio ci racconta tanto del passato, della religione, dell’alimentazione, della cultura. Ecco perché è importante studiare il passato.
Intervistatori IV B Liceo Siotto: Zoe Oppo, Michele Vitali, Luca Marongiu


